Le nostre battaglie

La nostra battaglia contro il fumo passivo: la legge che non esiste

Il fumo passivo è la terza causa di morte evitabile al mondo, responsabile di oltre 1,2 milioni di decessi ogni anno. Chi lo inala assume le stesse sostanze tossiche di chi fuma, con un rischio drastico di contrarre patologie mortali. Eppure, nelle carceri italiane, tutto questo viene ignorato.

L’ipocrisia di chi dovrebbe far rispettare la legge

Nelle nostre prigioni si fuma come se non ci fosse un domani. Ma la cosa peggiore non è il vizio dei detenuti: è l’impunità di chi, per mestiere, dovrebbe rappresentare lo Stato.

In barba alla Legge Sirchia (L. n. 3/2003) — che vieta il fumo in tutti i luoghi chiusi, pubblici o privati aperti al pubblico — gli addetti ai lavori fumano ovunque, impunemente, in faccia a colleghi, superiori e detenuti. E non finisce qui: il paradosso si completa quando gli stessi detenuti sono costretti a raccogliere le cicche abbandonate con incuria sul pavimento.

Il risultato? Le stesse persone chiamate a recuperare chi ha infranto la legge, la infrangono quotidianamente sotto lo sguardo di tutti.

La nostra richiesta: Sezioni per non fumatori

Non accettiamo più che il diritto alla salute diventi merce di scambio o vittima di prepotenze. Per questo, l’Associazione Don Chisciotte ha avviato una richiesta formale per l’istituzione di sezioni dedicate ai detenuti non fumatori.

Il rispetto della salute è un diritto irrinunciabile, dentro e fuori dal carcere. Pretendiamo che la legge smetta di essere un optional per gli addetti ai lavori e diventi, finalmente, una regola per tutti.

La battaglia per il Braccialetto Elettronico: investire in tecnologia, non in cemento

Mentre lo Stato continua a puntare sull’edilizia carceraria, ignorando le norme già esistenti che permetterebbero di decongestionare gli istituti, il sistema sprofonda sotto il peso del sovraffollamento. La soluzione non è costruire nuove mura, ma applicare la legge attraverso un uso razionale e massiccio del braccialetto elettronico.

Il volto del sovraffollamento: chi potrebbe essere fuori?

Il sovraffollamento non è un’emergenza ineluttabile, è una scelta politica. Analizzando la popolazione detenuta, emerge chiaramente una platea che, nel rispetto dell’Ordinamento Penitenziario, potrebbe scontare la pena in regime alternativo se solo disponesse di strumenti di controllo tecnologico:

  • Detenuti in attesa di giudizio: Circa il 34% dei detenuti attende ancora una sentenza definitiva. Una quota rilevante di questi — stimabile in oltre 10.000 persone — potrebbe attendere il processo presso il proprio domicilio se fosse garantito un monitoraggio elettronico costante.
  • Potenziale per le misure alternative: Oltre 19.600 detenuti presentano attualmente i requisiti soggettivi per accedere a misure alternative alla detenzione, ma rimangono ristretti in cella. La mancanza di braccialetti disponibili rende di fatto inapplicabile un diritto previsto dalla legge, trasformando il carcere in una soluzione di comodo per la carenza di risorse tecnologiche.
  • Il confronto europeo: Il costo italiano di circa 12,50 euro al giorno ha costi quasi raddoppiati rispetto ad altri Paesi europei, come la Germania o il Regno Unito, dove il costo per dispositivo si aggira mediamente sui 7 euro al giorno.

I numeri dell’inefficienza italiana

Il problema oggi non è solo quanto costa il singolo bracciale, ma come viene utilizzato.

  • Dispositivi attivi: A maggio 2026, risultano in uso circa 13.000 braccialetti elettronici. Il paradosso del sistema: Nonostante l’impiego sia raddoppiato rispetto al 2023, il sistema è ancora definito “problematico” dalle istituzioni stesse a causa di falle operative e ritardi nell’assegnazione.
  • Confronto di efficacia: Mentre in Francia il 95% dei soggetti monitorati rispetta le misure, in Italia il tasso di conformità scende all’85% circa, a causa di una minore precisione tecnologica e organizzativa.

La nostra denuncia:

Non possiamo accettare che la gestione delle misure alternative sia ostaggio di un contratto che antepone gli interessi del fornitore monopolista al rispetto della Costituzione e all’Ordinamento Penitenziario.

  • Chiediamo la fine del regime di monopolio e l’apertura a fornitori in grado di garantire numeri dignitosi.
  • Esigiamo trasparenza totale sulla gestione dei fondi erogati al fornitore a fronte di una distribuzione mensile che non raggiunge nemmeno le 100 unità.

“Oltre 100 nuovi detenuti ogni mese si scontrano con il muro di un sistema che non riesce a fornirne nemmeno 100 di braccialetti.”