
“Cosa significa dividere una cella con degli estranei? Vivere in uno spazio angusto dove ogni respiro è condiviso? Non è affatto semplice. È in quel movimento incessante, in quei dieci passi avanti e indietro come quelli di un orso in gabbia, che prendono forma storie spietate di una convivenza forzata. Che siano i compagni di sventura o gli addetti ai lavori a raccontarsi, il risultato non cambia: quello che emerge è la cruda verità del vivere reclusi.”
RACCONTO 1: Che cosa significhi “la galera” è possibile potrà essere più chiaro dopo aver letto questo racconto, che è la storia dei miei ventotto mesi trascorsi in carcere. In realtà, so che non riuscirò completamente nell’intento, perché la galera è un’esperienza che non si può descrivere. È come finire in una morsa che ti viene stretta intorno, che però non viene
serrata gradatamente, ma ti viene stretta da subito, ad una pressione costante, che resterà uguale fino al giorno in cui non ne sarai fuori.
In carcere ogni giorno è uguale a quello che lo precede.
RACCONTO 2: Qui in carcere ognuno si costruisce un universo tutto suo per sopravvivere, il mio è fatto di non pensare a ciò che c’è fuori, ci provo, ci riesco abbastanza bene e questo mi riempie di soddisfazione. Qui ti abitui a trarre soddisfazione anche da piccolissime cose; scopri quanto siano importanti i piccoli gesti, apparentemente insignificanti, talvolta ordinari. L’unica persona in grado di farmi smarrire i miei buoni propositi è mio figlio.
Nonostante il mio impegno spesso non riesco a non pensare a lui e allora, scendono copiose le lacrime.
RACCONTO 3: Imbocchiamo una scala lurida, che saliamo per tre piani, per arrivare infine davanti alla cella 202, che è ancora più brutta di quanto potessi immaginare. Un budello di 2 m x 4, con una finestra in fondo sul lato corto, chiusa, oltre che dalle sbarre, da una pesante maglia esterna messa lì per evitare che i detenuti possano gettare cose di sotto.
Varcata la soglia, si richiude alle nostre spalle una pesante porta di ferro massiccio, non più larga di 70 cm, composta di tondini pieni e profili rettangolari, che formano a circa 1m.60 di altezza un piccolo foro dal quale poter introdurre cose dal corridoio.
La cella è dipinta o meglio dovrei dire, era dipinta in due colori: con
pittura lavabile bianca il soffitto e le pareti, sulle quali è stato poi
realizzato uno zoccolo in smalto verdino, alto circa 1m.20 –
verosimilmente da un ubriaco, giacché la riga ricorda piuttosto un’onda marina. È tutto molto sporco, scrostato e la parte bianca
completamente ricoperta di scritte lasciate lì da precedenti inquilini. La cantina di casa mia è certamente più pulita e ordinata.
A metà del muro di fronte alla parete dove è sistemato un letto a
castello di un tristissimo color ruggine, c’è una porta che racchiude il bagno/cucina. Il tutto si riduce a un water in ceramica che mostra tutti i segni del tempo e un piccolo lavabo. Per fortuna il bagno che, a parte la fatiscenza, ha dimensioni accettabili, è dotato di una finestra sotto la quale è sistemata un rudimentale ripiano che, come scopriremo poi, servirà per organizzare la cucina.
Completa l’arredamento un piccolo pensile 80 cm x 50, giusto
all’ingresso davanti al termosifone e una specie di tavolino, fissato al muro – una mensola in pratica – proprio nel punto in cui dal soffitto cade, puntuale e monotona, una goccia.
C’è anche uno sgabello, uno, e noi siamo in due.
RACCONTO 4: Poi finalmente arrivano le tredici: l’ora d’aria.
Aprono le celle, aspettano che tutti i detenuti siano fuori e poi li
mandano giù da una scala, verso il cortile.
Chi non ha mai visto un film ambientato in un carcere?
Cortili immensi, con gente impegnata nelle attività più varie, la zona con quelli di colore, il posto dei sudamericani, quello degli
italoamericani, il campo di calcio, il campo di basket, la zona con i pesi. Tutto suddiviso, ordinato.
Scendo l’ultima rampa con l’euforia di un bambino. Si immagini
dunque lo sconforto quando, davanti a me, si profila un cortiletto di 25 m x 20, tutto circondato da muri alti 10 m e sovrastato dalle lugubri e fatiscenti costruzioni dei vari blocchi.
“Scusi, ma è questa l’aria?” chiedo deluso all’assistente-passeggi, che mi risponde con tono sprezzante e spiccato accento meridionale: “È aria”. Potrei scrivere a lungo ora su quest’affermazione. Il contorno
spariva e tutto ciò che contava era l’aria. L’aria che potevi respirare a pieni polmoni, senza costrizioni di sorta, aria da respirare guardando il cielo, l’aria che potevi respirare mentre recuperavi una visione a 360 gradi sul mondo, l’aria che ti mancava tanto, che entrando in quel cortile mi sono sentito come quando dopo
un’immersione, provi a riemergere e guardi su e l’acqua diventa sempre più chiara, ma il sottile strato che ti separa dall’aria sembra non arrivare mai. Poi finalmente l’acqua ti restituisce la luce e tu puoi riempire i tuoi polmoni atrofizzati e sofferenti. Ecco, questo era il cortile.
RACCONTO 5: E’ ora di scendere all’aria.
Scendo ma non ho la forza di muovere nemmeno un passo.
Mi siedo da solo a fissare il vuoto del cielo. Non so quanto tempo trascorra, so solo che infine mi aggrego ad un gruppetto. Parliamo del più e del meno. Sono tutte persone abituate a
fare dentro e fuori dal carcere. In particolare, mi colpisce il racconto di uno di loro, di circa trent’anni. Entra ed esce da quando era adolescente. Figlio unico. Il padre si è fatto 22 anni di carcere. Ad ascoltarlo parlare, la sua logica non fa una grinza. “Vivo in una casa popolare. Mia madre è invalida e prende 170 euro di pensione. L’affitto costa 200 euro. Ieri è venuta a trovarmi e mi ha detto che hanno staccato la luce. Il frigo è vuoto. Io appena esco, faccio una rapina. Cosa devo fare? Lavoro non ce n’è. Faccio una rapina e vado avanti. Poi finisco i soldi e ne farò un’altra. Cumpà, cosa devo fare?”
“Ma in riformatorio com’era?”, chiedo io.
“Peggio che qua: stavamo chiusi tutto il giorno. Tre anni e potevi
vedere i genitori una volta ogni 6 mesi”. Ma allora, mi domando a cosa serva il carcere se nell’età della formazione con questo modello repressivo e basta – con buona pace dell’articolo 27 della nostra Costituzione -, oggi quest’uomo continua a delinquere e dalle mura di un carcere, l’unica cosa alla quale pensa è uscire per andare a fare una rapina? È troppo per me. Mi risiedo distrutto, sul grande gradone di
cemento, appoggiandomi contro il muro di cinta e attendo impotente, che ci richiamino, ché il tempo di aria è terminato.