Carcere, inutile e dannoso. In questa pagina raccogliamo articoli e riflessioni per smontare il mito della pena come soluzione e analizzare i danni di un sistema che fallisce ogni giorno.

Oltre il mito della pena: perché il carcere non è la soluzione
Chi crede che il problema del sistema carcerario sia una prerogativa esclusiva dell’Italia potrà trarre spunti di riflessione guardando alle posizioni di Paesi spesso presi ad esempio per il loro modello sociale. In Germania, ad esempio, c’è chi propone di abolire quasi tutte le carceri. È il caso di Thomas Galli, avvocato tedesco che per quindici anni ha diretto istituti di pena, tra cui quello di Zeithain, in Sassonia. In un’intervista al quotidiano Welt, Galli ha ribadito una tesi sostenuta da anni: le celle producono, nella stragrande maggioranza dei casi, più danni che benefici, sia per i detenuti che per la società.
Chi è Galli e cosa propone davvero
È necessario sgomberare il campo da ogni equivoco: la proposta di Galli non riguarda la scarcerazione indiscriminata di soggetti pericolosi. La sua critica si concentra sulla composizione reale della popolazione carceraria, che — stando ai dati citati nel suo libro Weggesperrt (2020) — è formata per circa i due terzi da persone condannate per reati contro il patrimonio come furti, frodi o appropriazioni indebite. In Germania, ogni anno, circa 50.000 persone finiscono in cella non per reati gravi, ma per l’impossibilità di pagare una multa.
Per i casi più complessi — persone le cui azioni hanno infranto i basilari patti di convivenza civile — Galli non esclude la privazione della libertà, ma immagina strutture residenziali sicure e aperte, dove i detenuti possano lavorare e mantenere una dignità umana, destinando il ricavato al risarcimento delle vittime. Il cuore della sua proposta è la giustizia riparativa: sostituire la logica della sola punizione — che non riduce la recidiva né protegge meglio la società — con percorsi che coinvolgano attivamente autori del reato, vittime e comunità. Strumenti come il controllo elettronico e il supporto psicologico esistono già, ma restano spesso inutilizzati.
Galli denuncia inoltre la distorsione nella narrazione pubblica: molti immaginano le prigioni popolate esclusivamente da stupratori e assassini, ma le statistiche raccontano altro. Emerge una chiara sproporzione sociale: chi commette danni economici enormi — manager, banchieri, trafficanti di armi — raramente finisce dietro le sbarre, mentre chi vive ai margini rischia la detenzione anche per reati minimi.
Il caso italiano: numeri che parlano da soli
Le riflessioni di Galli trovano un riscontro drammatico nella realtà italiana, caratterizzata da uno dei tassi di sovraffollamento più alti d’Europa. Alla fine di novembre 2025, negli istituti penitenziari italiani erano recluse 63.868 persone, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti. Il tasso nazionale di sovraffollamento ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti che superano il 150% e punte critiche che toccano il 247% a Lucca e il 231% a Milano San Vittore.
Mancano all’appello quasi 18.000 posti. In oltre il 40% delle strutture visitate non vengono garantiti i 3 metri quadrati di spazio vitale per persona previsti dalla legge, e in molti casi mancano docce in cella e adeguati standard igienici. Anche la sofferenza psichica è un’emergenza fuori controllo: una quota rilevante di detenuti presenta diagnosi psichiatriche gravi e l’uso di psicofarmaci viene spesso impiegato come strumento di gestione dell’ordine interno piuttosto che per finalità terapeutiche. Nel 2024 si sono contati 91 suicidi, il dato più alto da quando esistono rilevazioni sistematiche, seguito dai 79 casi registrati nel 2025.
Ad aggravare il quadro, negli ultimi anni sono stati introdotti decine di nuovi reati e inasprimenti sanzionatori. Il risultato è un aumento della popolazione carceraria che non trova alcuna giustificazione in un aumento della criminalità: nel primo semestre del 2025, i reati denunciati sono infatti diminuiti del 4,8% rispetto all’anno precedente.
Armamenti sì, carceri no
Un nodo centrale è la gestione delle risorse pubbliche. Le infrastrutture penitenziarie — al pari di quelle sanitarie e stradali — restano sistematicamente sottofinanziate, mentre i bilanci destinati alla difesa crescono. Il piano carceri annunciato per il 2025 si è risolto in un fallimento, producendo una perdita netta di posti detentivi anziché un incremento.
Circa il 38% dei detenuti italiani sta scontando una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, che ridurrebbero significativamente la recidiva e i costi per lo Stato. Tuttavia, tali misure rimangono eccezioni: solo una minima parte dei detenuti lavora con datori esterni o è coinvolta in percorsi di formazione professionale, tradendo la funzione rieducativa della pena sancita dall’articolo 27 della nostra Costituzione.
Nella prossima news: il modello Olanda, dove invece di costruire nuove prigioni, si sceglie di chiuderle.